Fondamentalmente ho sempre ammirato quelli dell’UAAR e le loro battaglie per la laicitĂ in un posto, il nostro Paese, dove spesso viene data per scontata l’influenza culturale del Vaticano sulla nostra vita quotidiana.
Negli anni hanno sempre fatto informazione e promosso iniziative culturali molto interessanti, dalla questione del crocifisso nelle scuole al decennale problema del regime fiscale agevolato per alcune proprietĂ della Chiesa sul suolo italiano.
Una sorta di paladini del diritto a non credere contrapposti a chi dipinge spesso come male assoluto quella modernizzazione e quella secolarizzazione che, possa piacere o meno, contraddistingue la nostra societĂ .
Fin qui tutto bene.
Poi però esce sempre fuori qualche indizio che fa dubitare sul loro buon senso. Si badi bene, quello degli argomenti non quello delle intenzioni, sempre lodevoli.
Capita infatti che, spulciando sul loro sito, si trovi la fantomatica campagna dello Sbattezzo. Sì, avete capito bene, un atto che di fronte alle autorità ecclesiastiche permetta di dissociarsi da quella comunità di fedeli alla quale ci hanno costretto ad unirci quando ce la facevamo addosso più o meno una decina di volte al giorno e ci nutrivamo per lo più attraverso il seno di nostra madre.
Loro lo giustificano con questi motivi:
* per coerenza: se non si è più cattolici non v’è alcuna ragione per essere considerati ancora tali da chi non si ritiene più degni della propria stima
* per mandare un chiaro segnale a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica;
* per una questione di democrazia: troppo spesso il clero cattolico, convinto di rivolgersi a tutta la popolazione della propria parrocchia, “invade” la vita altrui (pensiamo alle benedizioni natalizie o, più banalmente, al rumore prodotto dalle campane). Si crea così una sorta di “condizionamento ambientale” e si diffonde la convinzione che bisogna battezzare, cresimare, confessarsi e sposarsi in chiesa per non essere discriminati all’interno della propria comunità . Abbattere questo muro, rivendicando con orgoglio la propria identità di ateo o agnostico, è una battaglia essenziale per vivere in una società veramente libera e laica.
* per la voglia di far crescere il numero degli sbattezzati, contrapponendolo alla rivendicazione cattolica di rappresentare il 96% della popolazione italiana;
* perché si fa parte di gruppi “maltrattati” dalla Chiesa cattolica: gay, donne, conviventi, ricercatori…
* per rivendicare la propria identità nei passaggi importanti della propria vita. Non essere più cattolici comporta l’esclusione dai sacramenti, l’esclusione dall’incarico di padrino per battesimo e cresima, la necessità di una licenza per l’ammissione al matrimonio (misto), la privazione delle esequie ecclesiastiche in mancanza di segni di ripensamento da parte dell’interessato. Significa quindi non dover sottostare alle richieste del proprio futuro coniuge di voler soddisfare la parentela con un rito in chiesa, non vedersi rifilare un’estrema unzione (magari mentre si è immobilizzati), e avere la relativa sicurezza che i propri eredi non effettueranno una cerimonia funebre in contrasto con i propri orientamenti.
* per non essere considerati, dalla stessa legge italiana, «sudditi» delle gerarchie ecclesiastiche. Il Catechismo della Chiesa cattolica rammenta (nn. 1267 e 1269) che il battesimo «incorpora alla Chiesa» e «il battezzato non appartiene più a se stesso […] perciò è chiamato […] a essere «obbediente» e «sottomesso» ai capi della Chiesa». Qualora non lo siano, le autorità ecclesiastiche sono giuridicamente autorizzate a “richiamare” pubblicamente il battezzato. Nel 1958 il vescovo di Prato definì «pubblici peccatori e concubini» una coppia di battezzati sposatasi civilmente. La coppia subì gravi danni economici, intentò una causa al vescovo e la perse: essendo ancora formalmente cattolici, continuavano infatti a essere sottoposti all’autorità ecclesiastica. Ogni prelato può dunque tranquillamente permettersi esternazioni denigratorie nei confronti dei battezzati: perché rischiare?
* per un vantaggio economico: se si è battezzati e capita di dover lavorare, anche saltuariamente, in Paesi come la Germania o l’Austria, si finisce per essere tassati per la propria appartenenza alla Chiesa cattolica, e in modo assai salato (anche 60 euro al mese su uno stipendio di 2.000 euro…).
Motivi che, detto sinceramente, mi sembrano una scusa buona per spettacolarizzare il rifiuto a quella che, più che un imposizione del sistema, è ormai una tradizione della nostra società che solo il tempo potrà far affievolire.
Non sono cattolico? Semplice, non battezzerò mio figlio, e mi auguro che lui, a sua volta, faccia la stessa cosa.
Per me sarebbe il comportamento giusto, ma ognuno ha il suo modus operandi laico.
Credete che sia tutto? No, c’è questa cosa qui: notizia di pochi giorni fa secondo cui un membro dell’UAAR di Ancona pretende di far analizzare l’ostia e poter quindi dimostrare ai fedeli creduloni che quella cosa che ti viene imboccata dal prete non è il corpo di Cristo, ma solo un po’ di frumento. E il vescovo nega l’autorizzazione. In pratica i buoni ingredienti per una barzelletta.
Noi, nell’attesa della prossima mirabolante richiesta dell’UAAR, utile a rendersi ridicoli piĂą che a sensibilizzare, siamo fiduciosi e speranzosi sul fatto che la societĂ possa autoregolarsi in materia religiosa, senza campagne di sbattezzo e analisi chimiche di sorta.
Sempre che qualche persona non ne spari un’altra grossa.

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