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Però potevi chiamarti in un altro modo

Una mattina mi son svegliato, e Paolo mi contatta su Skype dicendomi: “Guarda che a Carpi stasera ci sono i Massimo Volume al Teatro Comunale al Control+V Festival o Control+C Festival o Ctrl+C Festival, va be’ quello.”
Dovete sapere che la tipica serata parmigiana degli ultimi tempi consiste nel constatare che, tra Pilotta, via D’Azeglio e via Farini, non c’è niente da fare, e poi partire all’avanscoperta dell’Emilia con quella nebbiolina e quell’intervallo costante di temperatura dai 0° ai 5° che fanno da autentico toccasana.
E pensare che sarebbe dovuto arrivare il Marino.
Comunque, ci avviamo lungo l’autostrada e, passati in sequenza superfabbrica Barilla, IKEA di Parma, ponte di Calatrava a Reggio e sterminate campagne emiliane arriviamo in quel di Carpi, città nota ai più per l’industria delle maglie, l’annuale Festival di Filosofia e la piazza più grande d’Italia, o forse d’Europa o forse dell’universo intero. Che ti mette pure alla prova quando, dopo un kebab al volo, devi percorrerla interamente correndo, con la speranza che non ti chiudano la porta del teatro in faccia, e con i pinguini a fare da giudici di gara.
La morte in pratica.
Arrivati lì, come al solito c’è il gruppo spalla, The Field, tutti biondi scandinavi che fanno elettronica, cui seguono commenti aggraziati come “Chi cazzo so’?” “Boh” “Mai sentiti nominare” “Speriamo che facciano due canzoni e via”
Luigi, l’informato del gruppo, mi fa gentilmente notare che si tratta di un produttore minimal techno, minimal house, minimal quasiasi cosa from Stoccolma a quanto pare molto quotato: premi su premi per il debutto solista e fanzine e riviste specializzate prone a idolatrare il biondo svedese di ciuffo munito. Boh, vediamo.
Pronti, partenza, via. Un’oretta di concerto per i vichinghi. Un po’ pesanti. Forse li avrei messi dopo gli altri. Anzi sicuramente li avrei messi dopo gli altri. Però, cazzo, sono bravi. Il batterista è indemoniato. Bis e ciao. Poi arrivano Emidio e i Massimo Volume che fanno il loro compito alla perfezione, ma questa è un’altra storia. Tutto molto bello.
Ora, a tutti capita di fissarsi su canzoni e canzonette, motivi, motivetti o jingle (pa-pa-pa-pa-parmigiano re-re-re-reggiano), ci siamo capiti.
Io da qualche giorno ascolto ossessivamente questa canzone qui. Eseguita lì dal vivo. Sempre. Indagare sulle ragioni è abbastanza complicato, probabilmente più di quello che si pensa. Sarà forse perché all’inizio dell’album, oppure per il continuo battere ipnotizzante tipico di molta elettronica.
Però forse la spiegazione più semplice è che Alex Willner, aka The Field, è bravo e ci sa fare con i piatti e il Mac. Si tratta di un artista tosto, che forse meriterebbe più di fare la spalla ai comunque grandi Massimo Volume.
E l’abbiamo scoperto per caso lì a Carpi, nel Teatro Comunale, nella piazza più grande d’Italia, in una notte freddissima, e dopo un kebab che per poco diventava indigesto. Fossero tutte così le serate. Sipario.

1 comment to Però potevi chiamarti in un altro modo

  • non posso che giorie per questa ritrovata continuità nel riempire il tuo blog.post freschi di giornata come non si vedevano da tempo.sono contento ed al contempo compiaciuto perchè mi sento, in qualche modo, co-responsabile di questo riavvicinamento.le tecniche che ho utilizzato sono sicuramente poco nobili e non mi sento di vantami. si passa dallo sfracassamento dei coglioni carpiato, alla ripetizione ricorsiva di singoli concetti tipo:”falà quand’è che ritorni a scrivere sul blog”(con cadenza di pochi secondi,un po’ come il compionamento della chitarra nella canzone sopra pubblicata).i concetti perdono di significato, le parole perdono i loro confini e tutto si mischia.il risultato è un suono esoterico che si espande, etereo, nell’aria.dopo i primi cinque minuti si avvertono sintomi quali l’intorpidimento delle gambe e nausea(anche se recenti studi collegano questi sintomi all’assunzione di kebab in corsa e senza adeguata masticazione a supporto).in seguito i soggetti vengono colti da un sempre crescente senso di alienazione che viene, in breve, rimpiazzato da una pulsione omicida verso il genere umano tutto.come ultimo stadio il soggetto decide che i principali social network sono spersonalizzanti e ritorna a curare il proprio blog.questa è la storia di come marco ha ripreso a scrivere sul suo.o forse no.non tutte le informazioni da me riportate sono da considerarsi attinenti alla realtà dei fatti, ma in fondo cosa importa.spesso è bello cambiare idea e basta, senza necessariamente un buon motivo a supporto.del resto una volta, un mio amico, in un teatro a carpi, mi disse che il tipo scandinavo che aveva appena finito di suonare non era un gran che.ma poi cambiò idea.

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